Lavoro & Crescita

Stagionali: nuova annata, stessa crisi

Stagionali: nuova annata, stessa crisi

Ogni estate la stessa musica. Proviene da un jukebox immaginario (alzi la mano chi ne ha visto uno di recente) che resiste al progresso e continua imperterrito a riproporci una hit mai passata di moda. Già, perché l’assonanza “arriva l’estate ma mancano gli stagionali” sembra essere un 45 giri senza tempo. E non c’è annata o luogo che tenga: da primavera alle porte dell’autunno, dalle spiagge ai monti, dal Trentino alla Sicilia passando per il Salento, il lago di Garda e la Calabria non c’è ristorante, bar, stabilimento balneare, villaggio vacanze, hotel, pensione, chiosco o parco divertimento che non denunci le enormi difficoltà nel reperire camerieri, barman, responsabili di sala, addetti alle pulizie, bagnini, cuochi, facchini e pure animatori. Andava così in passato, è andata così anche quest’estate.

Tutta colpa del Reddito di cittadinanza ripetevano in tanti fino a qualche anno fa, puntando l’indice in cagnesco contro quella misura che, a loro dire, incentivava la “fannulloneria” e soffocava lo spirito di sacrificio dei giovani (ma non solo), che con la paghetta assicurata dallo Stato preferivano restarsene in panciolle sul divano piuttosto che andare a rimboccarsi le maniche in sala, dietro al banco o tra i bungalov di un resort. “Perché dovrebbero venire a lavorare se coi soldi del sussidio e il supporto di mamme e nonni possono riposare, viaggiare o anche studiare?” denunciavano i proprietari di beach-bar, griglierie e ristoranti vista mare non immaginando che, molto presto, avrebbero fatto i conti con una realtà inimmaginabile.

Eh già, perchè sono ormai quasi tre anni che il governo ha fatto carta straccia del provvedimento pentastellato eppure il problema della carenza degli stagionali non ha mai smesso di ripresentarsi con puntualità svizzera. Fu così nell’estate del 2024, quando all’appello ne mancarono tra i 170.000 e i 240.000; è andata peggio un anno fa, quando il numero degli introvabili è lievitato fino a 250.000 ed è andata così anche stavolta.

Dovere di cronaca ci impone di scrivere che al momento in cui Lavoro & Crescita è andata in stampa dati definitivi ancora non ce ne erano, ma per lo stesso dovere di cronaca è sacrosanto ricordare che quelli parziali comunicati a primavera nel bollettino Excelsior-Unioncamere hanno parlato in maniera eloquente restituendoci l’amara verità: nonostante le 400.000 assunzioni del trimestre aprile-giugno, le posizioni che rimanevano scoperte continuavano ad essere ancora migliaia e migliaia.

La realtà dei fatti è che se le note di quel famoso vinile continuano a risuonare di estate in estate (consacrandosi invece di passare di moda) lo fanno per “merito” di un impianto musicale che non pizzica tanto le corde della certezza di un sussidio statale bensì quelle della scarsa attrattività delle occupazioni stagionali, alimentata a volte da situazioni oltre i limiti della dignità. E’ purtroppo conclamato che nella galassia della stagionalità facciano la voce grossa il sommerso, i contratti irregolari, i riposi saltati, gli straordinari che diventano dovuti (e a volte non retribuiti) e ovviamente le paghe: concordate a voce, sotto la soglia minima e prossime alla miseria. E quando a certificarlo è l’Ispettorato del Lavoro c’è ben poco da obiettare e di cui dubitare.

Gli ultimi report che l’agenzia governativa ha stilato sui controlli effettuati nelle aziende turistiche parlano infatti di irregolarità con picchi superiori al 70% sia nel 2023 che l’anno scorso, con punte perfino del 90% in quelle setacciate da Napoli in giù.

Il piatto forte del menù della riluttanza sono ovviamente le retribuzioni, mediamente insoddisfacenti, disallineate al costo della vita e inaccettabili soprattutto quando il datore non è in grado di assicurare vitto e alloggio (quindi, fatta eccezione per i villaggi turistici, nella stragrande maggior parte dei casi). Dove sta la convenienza di lavorare quattro-cinque mesi – pure nei weekend e spesso fino a notte fonda – quando dai 1.600-1.700 euro guadagnati mediamente ogni mese c’è da decurtarne anche fino a 900 per sistemazione, cibo e altre necessità quotidiane? Cosa resta in tasca dopo una stagione di duro lavoro? Poco, troppo poco per suscitare appeal e rendere le proposte irrinunciabili, che così finiscono rispedite dritte dritte al mittente soprattutto se paragonate a quelle di altri paesi (col raffronto che a volte diventa davvero impietoso).

Qualche esempio? In Finlandia la retribuzione lorda nel comparto servizi-ristorazione è di 35 euro all’ora, in Danimarca di 29, in Norvegia 28. Tipico Eden nord europeo? Solo parzialmente, perchè in Germania siamo sui 23 euro e in Francia 22, cifre sicuramente inferiori rispetto a quelle realtà ma decisamente superiori in confronto ai 17 euro dell’Italia (per i pochi che hanno la fortuna di arrivare a questa cifra).

Un vero peccato per un paese che vanta numeri turistici da capogiro come ci ha ricordato la fotografia scattata dall’ultimo report del Viminale secondo cui il 2025 sarebbe coinciso con l’anno più proficuo della nostra storia, che ci ha visto posizionati al secondo posto dietro la Spagna ma davanti a competitor del calibro di Francia e Grecia. Qualche numero? 186 milioni di arrivi, 450 milioni di presenze e un impatto sul Pil di 237 miliardi. Un risultato stratosferico, non c’è dubbio, ma che dà fiato purtroppo all’ultimo studio della Banca d’Italia secondo cui per ogni euro speso da un turista nel nostro paese al lavoratore del settore entrerebbero in tasca appena trenta centesimi: come a dire il turismo genera sì ricchezza ma solo per pochi eletti, e pure un bel po’ di malcontento in quella forza lavoro che, contrariamente, rappresenterebbe invece l’ingranaggio primordiario della catena di montaggio.

E attenzione a non confondere con la situazione della stagionalità agricola perché se in questo caso siamo riusciti a tenere botta alle irreperibilità grazie agli accordi che il Ministero del lavoro ha siglato con altri paesi al fine di favorire l’ingresso di lavoratori qualificati dopo averli anticipatamente formati nei luoghi di origine (Marocco, Egitto, Sri Lanka tanto per citarne qualcuno), nel comparto turistico siamo invece con le mani legate visto che parliamo di un settore che spesso richiede un livello di conoscenza della cultura, della lingua, degli usi e dei costumi decisamente più elevato.

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