”SALARIO GIUSTO”, INTERVISTA AL PROFESSOR TITO BOERI
Possiamo etichettare il salario giusto come l’espressa volontà del Governo di dire no al salario minimo?
“Beh, per molti aspetti è proprio così. A differenza della stragrande maggioranza dei paesi Ocse
dove c’è un salario minimo, qui abbiamo il salario giusto, un’invenzione tutta italiana. Peccato però che non sia chiara la sua forza legale, nè in quale misura i datori di lavoro sarebbero obbligati a pagare questa cifra e neppure chi dovrebbe determinarla: è evidente che in assenza di una legge sulla rappresentanza non sia possibile stabilire il minimo contrattuale da applicare. Come se ciò non bastasse bisogna aggiungere che il salario giusto rischia di provocare un effetto dirompente sull’intera struttura retributiva visto che potrebbe essere applicato a tutti i minimi tabellari corrispondenti ai diversi livelli di qualifica. La verità è che siamo di fronte ad un grande pasticcio, un accorgimento per prendere tempo: come si direbbe in gergo calcistico, per buttare la palla in tribuna”.
Come sarebbe possibile mettere in pratica i concetti del Decreto 1° Maggio in mancanza di una legge che chiarisca i concetti di
“organizzazione maggiormante rappresentativa” e “contratto maggiormente rappresentativo”?
“E’ da tempo che insisto affinchè si vari una legge sulla rappresentanza. Quando ero Presidente dell’Inps avevamo definito dei criteri oggettivi per misurare la rappresentatività dell’organizzazione sindacale, facendo inoltre qualche passo anche verso quelle datoriali nonostante ci fossero più resistenze. Poi, come ben sappiamo, le scelte politiche sono state di altra natura. Ma al di là della questione del salario giusto, penso sia fondamentale che l’Italia si doti di una legge sulla rappresentanza perchè abbiamo tante norme che subordinano la concessione delle agevolazioni fiscali e
dei sussidi alle imprese all’applicazione dei contratti siglati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative: peccato però che nessuno sappia quali siano”.
Questo decreto non stabilisce tutele universali ma agisce sui comportamenti delle singole imprese concependo il salario giusto come la condicio sine qua non per accedere agli incentivi. Ma dire ad un datore di lavoro “otterrai gli incentivi solo se ti adeguerai ai criteri del salario giusto può bastare a convincerlo?
“Certo che no. E’ il salario minimo l’unico modo per tutelare i lavoratori e perseguire chi decide di non rispettarne gli indirizzi. Stati Uniti a parte, che lo hanno istituito un secolo e mezzo fa, esiste una folta casistica di paesi che hanno deciso di adottarlo. Non capisco perchè noi vogliamo fare sempre gli originali. Ripeto, si vuole solo prendere tempo”.
Eppure, dal Grillo della primissima ora al Jobs Act del 2014 fino alla proposta di legge di tre anni fa presentata dalla maggior parte dei gruppi dell’opposizione, è da parecchio tempo che se ne parla anche qui…
“Inizialmente c’era una resistenza anche da parte del sindacato, la Cgil: pensavano si trattasse di qualcosa che potesse interferire con la contrattazione collettiva. Per fortuna col tempo hanno cambiato opinione, rendendosi conto che la contrattazione collettiva presenta delle falle evidenti e molti lavoratori finiscono col non essere coperti. Oggi l’unico sindacato contrario è la Cisl. Ciò detto, i motivi della chiusura nei confronti del provvedimento sono da ricercare proprio in questo ambito, non riesco ad individuarne altri’’.
Cosa si sente di rispondere alla Ministra Calderone quando sostiene che grazie al salario giusto siano stati creati i presupposti per rispondere a concetti quali ‘valore del lavoro’, ‘lavoro sicuro’ e ‘aumento del potere salariale dei lavoratori’?
“Dico che sono solo delle belle parole, ma l’unica realtà con cui bisogna fare i conti è quella che dal 2021 vede l’Italia essere l’unico paese dell’area euro in cui i salari reali hanno perso terreno nei confronti dell’inflazione, come tra l’altro certificato poche settimane fa dall’Ocse: siamo intorno al 10%”.
Ultimamente alcuni CCNL sono stati rinnovati senza però sortire effetti positivi sull’inflazione accumulata. Crede che il punto del decreto 1° Maggio con cui si prevede l’adeguamento del 30% dell’inflazione nel caso in cui un contratto non fosse rinnovato da oltre un anno possa incidere in modo positivo?
“Questo è sicuramente un tentativo di mettere una pezza ad una problematica che effettivamente c’è. Come dicevo prima, se la contrattazione collettiva in Italia ha delle falle evidenti è perchè ci sono quei periodi di cosiddetta ‘vacanza contrattuale’ che scattano alla scadenza dei contratti. E quando dalla scadenza al rinnovo intercorre un lasso temporale molto lungo l’inflazione che avviene in questo interregno non viene mai recuperata. Quindi dico che introdurre una norma del genere rappresenta sicuramente un passo in avanti. Tuttavia però la misura del 30% mi sembra molto limitata per poter predisporre un vero cambiamento”.