Ricercatori: pochi stranieri, gli italiani vanno via e la nostra ricerca zoppica
”Human capital flight”, capitali umani che volano via. Oltremanica usano dirlo in riferimento alle menti eccelse che per una ragione o un’altra decidono di lasciare il paese d’origine e trasferirsi altrove. Dalle nostre parti si parla invece di fuga di cervelli e, contrariamente a ciò che accade in Regno Unito, ci troviamo nelle condizioni di dover fare i conti con un fenomeno che si è via via stratificato, nell’indifferenza (e superficialità) generale, come se la dipartita dei nostri migliori neolaureati fosse un fenomeno di cui non doversi disperare, non prioritario e proprio per questo da prendere in esame più avanti e con calma. Ed è così che non dobbiamo meravigliarci se già nel 1938 un certo Enrico Fermi (fresco di Nobel per la fisica a Stoccolma) diceva addio al Bel Paese per volarsene negli Stati Uniti e non fare più ritorno. Non ci sentiamo di escludere che le radici ebree della moglie giocarono un ruolo determinante nella fuga dello scienziato di origini romane, ma il vero nocciolo della questione è in realtà un altro: fino agli anni Sessanta-Settanta per un ‘illuminato’ italiano che decideva di andarsene ce n’era uno che arrivava dall’estero alimentando così un meccanismo di scambio necessario affinchè i serbatoi della ricerca tricolore non restassero a secco di profili. Si pensi in tal senso al caso del tedesco Bernard Katz e del messicano Ricardo Miledi che scelsero Napoli per le loro ricerche sulle sinapsi giganti del calamaro (studi per i quali Katz è stato insignito del Nobel per la medicina).
Come precisato, erano altri tempi, più di mezzo secolo fa. Ora purtroppo è tutto diverso, tutto più preoccupante e il perchè è presto spiegato nei numeri: i 15.000 posti che gli scienziati italiani hanno lasciato vacanti tra il 2009 e il 2015 oggi sono rimasti per lo più tali, senza alcun rimpiazzo giunto dall’estero. Non è infatti un caso se secondo gli ultimi dati resi noti dal Global Attractiveness Index (lo strumento di analisi di The European House – Ambrosetti che mette a confronto l’attrattività di 146 paesi nel mondo) pur guadagnando tre posizioni e piazzandosi al sedicesimo posto, nel 2025 l’Italia continua a rimanere ben distante dai gradini del podio più nobili, occupati da Usa, Cina e Germania. Oltre all’appeal sui talenti altrui, l’amara realtà è che siamo diventati degli “esportatori netti di laureati” per dirla con le parole di Alessandro Foti, ricercatore in immunologia al Max Planck Institute for Infection Biology di Berlino e autore di “Stai fuori! Come il Belpaese spinge i giovani ad andare via”, un testo di denuncia dalle cui pagine emerge l’immagine di un’Italia sempre più povera di talenti e in netto svantaggio nei confronti di atenei, centri di ricerca e potenziali competitor esteri che oggi si nutrono con quel patrimonio di conoscenza, creatività e competenza che noi prima abbiamo alimentato e poi lasciato andare inermi senza opporre resistenza.
Dunque non c’è da meravigliarsi quando scopriamo che l’Italia risulta essere il primo paese d’origine del personale scientifico internazionale operativo negli atenei tedeschi e pure al CNRS, l’istituto di ricerca più importante in Francia tanto per citarne solo un paio. I motivi della fuga? Alcuni deprecabili, altri deprimenti, ma tutti inaccettabili. Si spazia dalla ‘faida’ dei posti alle lotte di potere, dal baronato accademico ai favoritismi, fino all’instabilità lavorativa, le risicate opportunità di carriera, la mancanza di strutture all’avanguardia e di adeguati finanziamenti a supporto dello sviluppo. Per non parlare degli stipendi: tra il 2000 e il 2023 siamo stati l’unico paese in Europa in cui si è registrato un calo (-3,3%), coi nostri under 35
che risultano essere quelli che guadagnano di meno della media europea. Spiragli di luce? No, al momento sembrano non esserci. A denunciarlo con forza è proprio l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia (ADI) che qualche mese fa ha bussato alle porte della Sala dei Caduti di Nassirya in Senato coi risultati della consueta indagine annuale sulla condizione del post-Doc nel nostro paese. Il quadro che ne è emerso non lascia adito ad interpretazioni di sorta visto che l’associazione ha parlato senza mezzi termini di “generazione a rischio di espulsione dalle università”, di “crisi lavorativa più urgente del nostro paese” e “condizione di precarietà strutturata”.
Dall’analisi dei 2.888 profili di ricercatori operativi nei centri e nelle università italiane prese in esame tra l’aprile e l’agosto del 2024 è emerso che:
– l’86,5% di queste figure risulta in scadenza di posizione tra poco più di sette mesi (luglio del 2026);
– ben 9 su 10 rischiano di essere esclusi dal sistema accademico (motivo per cui il trasferimento all’estero resta l’unica soluzione plausibile insieme al cambio di indirizzo occupazionale);
– il 30% ha firmato un contratto con una durata inferiore ai dodici mesi (percentuale che sale addirittura fino al 43% nei casi di posizioni finanziate da PRIN – Progetti di Rilevante Interesse Nazionale – e PON, Programma Operativo Nazionale);
– la quasi totalità degli esaminati porta a casa uno stipendio medio mensile di 1.630 euro senza alcuna tutela su malattie e disoccupazione (tanto per rendere l’idea, un ricercatore tedesco o anglosassone può arrivare a guadagnare fino a 50.000 euro annui).
– pur percependo 1.630 euro al mese, nel 28,4% dei casi si lavora più di 46 ore a settimana.
Nel frattempo però qualcosa si è mossa. Nel tentativo di arginare la fuga di cervelli e migliorare le nostre infrastrutture, il Governo ha messo sul piatto 11 miliardi (una parte di questi per mezzo del PNRR), cifra di un certo rilievo indirizzata ad alcune realtà come il Biotecnopolo di Siena (istituto specializzato nello studio di biotecnologie e nella lotta alle pandemie), l’Ai4 Industry a Torino e nella realizzazione di cinque nuovi centri nazionali su agritech, supercalcolo, mobilità sostenibile, terapie geniche e perdita di biodiversità. Inoltre, a fine aprile scorso, è stato approvato l’emendamento presentato alla settima Commissione in Senato dai senatori Elena Cattaneo e Mario Occhiuto con cui vengono introdotte due nuove figure contrattuali (‘Incarico post-doc’ e ‘Incarico di ricerca’) indicate dalla Ministra Anna Maria Bernini come una risposta indicativa alle preoccupazioni della comunità scientifica per il rischio di esclusione dai progetti europei.
Sarà sufficiente? Lo vedremo tra qualche tempo, ma se il buongiorno si vede dal mattino… l’ADI ha infatti già presentato un esposto alla Commissione Europea perchè su questi due nuovi contratti esisterebbe il rischio concreto di nuove forme di precariato
strutturale nel sistema universitario.