Colloqui di lavoro, come sono cambiati in 50 anni
Flessibilità, adattabilità, spirito partecipativo e capacità di lavorare in team. Competenze digitali, dimestichezza con l’intelligenza artificiale e attenzione alla sostenibilità ambientale.Come noto, la ricerca di nuovi lavoratori da parte delle aziende ha voltato pagina con estrema decisione. Imposta da un mondo che muta mentre va avanti, la selezione ha adottato metodologie al passo coi tempi, tirando fuori il ventaglio di sfaccettature che elencavamo poc’anzi inimmaginabile fino alla fine del secolo scorso. E il titolo di studio? Legittimo domandarsi quale fine abbia fatto quel “pezzo di carta” che mezzo secolo fa sarebbe stato in cima ad una lista di voci meno nutrita, in grado di determinare i destini e fare da ago della bilancia in un colloquio di lavoro. Legittimo chiederselo alla luce delle novità dei nostri tempi, tra intelligenza artificiale al servizio del recruiting, pre-screening dei curricula, primi faccia a faccia col selezionatore in videoconferenza, video on-demand (la registrazione su appositi canali di brevissimi video in cui si risponde a delle domande prefissate dagli esaminatori), valutazione delle capacità di adattamento e della sensibilità nei confronti dell’ambiente. A fronte di tutto questo, normale chiedersi se i titoli di studio contino sempre, abbiano lo stesso valore di quarant’anni fa e se meriti ancora che i giovani investano il loro tempo (e le famiglie il loro denaro) per portare a compimento i percorsi scolastici e universitari. Contano ancora, non c’è dubbio, soprattutto in base al tipo di occupazione di cui si è in cerca. Ma è altrettanto indubbio che non abbiano più il peso che avevano nei tempi in cui presentarli agli occhi di un datore significava calare in tavola l’asso vincente per partire in vantaggio su ogni altro aspirante sprovvisto. Nonostante il nuovo ventaglio di voci di cui parlavamo, nel 2024 i posti di lavoro a disposizione dei diplomati alle superiori sono stati circa 450.000 e 600.000 per i diplomati negli istituti professionali. Tanto per dare alcuni numeri sui posti vacanti a disposizione dei primi, ne abbiamo contatopiù di 45.000 per ex studenti di classico e scientifico e 100.000 circa per i possessori di attestati conseguiti in ambito industriale. Ma a fare la voce grossa sono stati gli oltre 450.000 posti disponibili per persone con titolo conseguito dopo i cinque anni di Ragioneria, termine questo ormai desueto e soppiantato con la riforma Gelmini (2016) dal più moderno Tecnico Amministrazione Finanza e Marketing. Guardando ai settori più disparati, primeggiano commercio e turismo (che hanno dato lavoro rispettivamente a 345.000 e 290.000 diplomati), manifattura (più di 250.000), comunicazione, informatica e logistica (255.000), mentre sport, benessere, istruzione, sanità e assistenza sociale hanno superato quota 180.000 unità. Numeri di un certo spessore che non incidono sul dato di fatto che, col senno di poi, una buona parte dei diplomati in questione avrebbe cambiato addirittura percorso se fosse potuto tornare indietro, giudicando altri indirizzi molto più sicuri rispetto a quello intrapreso in quanto a preparazione, sbocchi e opportunità da cogliere al volo in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Lazio e Campania, il quintetto di regioni coi numeri più consistenti per richiesta di diplomati. Insomma, studiare e portare a termine i percorsi didattici ottenendo un titolo di studio conta ancora agli occhi di un datore nonostante la lista di metodologie ‘rivoluzionarie’, sicuramente sorprendenti agli occhi di chi, con qualche annetto in più sulle spalle, ricorderà ancora la scena del colloquio di lavoro in “Prendi i soldi e scappa”, pellicola del 1967 in cui Virgil, disoccupato di mezza età interpretato da Woody Allen, ottiene l’impiego in un ufficio di spedizioni colloquiando col titolare Mr Grose alla vecchia maniera, vis-a-vis, e rispondendo (in maniera alquanto risicata) alle classiche domandine da copione conclamato di quei tempi (“Ha esperienze precedenti?”, “Dove le ha fatte?”, “Sa fare questo?”, “E con quello strumento come se la cava?”), rendendosi inoltre protagonista di un colloquio oltre i limiti del surreale in cui presentatosi da esaminato se ne andrà via da esaminante.