È boom di anziani al lavoro: desiderano sentirsi ancora utili
‘’Tragedia sul lavoro a Torino: un operaio di 68 anni perde la vita precipitando da un’impalcatura a dodici metri d’altezza”.
E’ quanto leggevamo il 9 settembre scorso sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, che raccontavano inoltre del collega settantenne trasportato in ospedale per lo choc emotivo accusato dopo aver assistito alla morte del collega. Pochi mesi prima avevamo invece appreso di un ottantottenne schiacciato dal trattore con cui stava lavorando nelle campagne di Firenzuola, in provincia di Firenze, e sempre in Toscana, ma nell’aretino, di un suo coetaneo salvo per miracolo dopo il ribaltamento di un altro mezzo agricolo.
Alla luce di questi tragici episodi è legittimo domandarsi cosa ci facessero quattro persone di una certa età in un campo agricolo e un cantiere edile.
Rigor di logica imporrebbe di immaginarceli in compagnia dei nipotini, con gli amici, al circolo a giocare a carte, scacchi, biliardo, oppure in biblioteca, al parco, volontari in enti o associazioni. In altre parole, a godersi la meritata pensione conquistata dopo decenni trascorsi in azienda e contributi versati all’Inps. E invece niente di tutto questo, erano ancora intenti a sgobbare nonostante il ‘peso’ della carta d’identità. Insomma, pensionati sì – e pure da diversi anni – ma ancora sul pezzo come se il tempo si fosse fermato agli anni d’oro.
Qualcuno penserà a pochi casi isolati, non unici ma probabilmente rari e invece nient’affatto.
Le ricerche che Istat ed Eurostat hanno portato avanti negli ultimi periodi fotografano infatti una realtà ben consolidata nel nostro paese (e non solo), lontana anni luce da ciò che accadeva fino a non molto tempo addietro quando, giunta l’ora X, 9 lavoratori su 10 non tentennavano a tirare i remi in barca definitivamente. Il fenomeno del re-impiego post-pensione è noto col termine “Unretirement”, diffuso tanto in Italia quanto oltre confine; una miriade di anziani che, giunti a destinazione, decidono di fare dietro-front non abbadonando l’impiego. Stando alle elaborazioni dei due istituti di statistica, dietro a questa scelta ci sarebbero principalmente due ragioni: una di natura economica, l’altra sociale; diverse tra loro ma della stessa valenza.
Certo, le difficoltà (in molti casi si legga impossibilità) di fronteggiare i costi della vita, la necessità di sostenere economicamente un figlio o ancora supportare le spese per un nipotino sono purtroppo oggettive e indiscutibili ma la voglia di sentirsi sempre vivi, rimanere utili, produttivi, attivi (soprattutto nel caso di coloro che per tutta la vita hanno tirato le redini di una piccola azienda a conduzione familiare) non risultano da meno. Continuare a lavorare è diventata una fonte di benessere psicologico a tutti gli effetti, fondamentale per colmare lo smarrimento tipico dello status di ex lavoratore e il senso di solitudine che, tra l’altro, svolge un ruolo preponderante (ovviamente in negativo) nel processo di invecchiamento di un individuo.
A certificarlo è la percentuale di italiani tra 65 e 69 anni che ha deciso di non smettere, schizzata dal 2003 al 2023 dal 6,3% al 14,7%, praticamente più del doppio.
I risultati emersi in autunno dicono a chiare lettere che nel 2023 l’esercito delle persone ancora in attività nella fascia di età compresa tra 60 e 74 anni ammontava a 420.000 unità così suddivise: 140.000 tra 60 e 64 anni, 165.000 tra 65 e 69, 115.000 tra 70 e 74. Un numero certamente inimmaginabile, che assumerebbe una maggiore consistenza se annoverassimo anche gli over 74 e tutti quelli che sfuggono alle statistiche ufficiali, che ci sono e a quanto pare anche in numero rilevante.
L’altro aspetto che emerge dallo studio Eurostat è che non stiamo parlando di un fenomeno tipicamente italiano. Infatti, nei paesi dell’Unione il tasso di pensionati che ha deciso di non fermarsi è salito fino al 13%, percentuale che in termini assoluti equivale ad 1 lavoratore su 8. Esempio di quanto appena detto sono l’Estonia (54%), la Lettonia (44,2%) e la Lituania (43,7%) ma anche Paesi Bassi e Danimarca, al contrario di Spagna (4,9%), Grecia (4,2%) e Romania (1,7%) dove si registrano le percentuali più basse.
Oltre ai manager delle grandi aziende e ai titolari di piccole e medie imprese, a guidare l’armata degli inarrestabili ci sono soprattutto gli addetti nei settori dei servizi, del commercio, dell’artigianato, dell’assistenza alla persona e degli operai specializzati. Ma il record si registra nei campi agricoli (54,4%), con una netta predomazia degli autonomi (56,6%).
Seppur non con lo stesso peso dei due motivi principali, i nostri nonni sono stati incentivati anche dalla politica di sgravi fino al 50% e bonus di ogni genere messa in campo fin dal 2004 dall’allora Ministro del Lavoro Roberto Maroni e proseguita oggi dal collega a capo del dicastero economico Giancarlo Giorgetti, artefici di strategie politiche che hanno contribuito al consolidamento di una situazione inimmaginabile nel XX secolo. E allora se in futuro dovesse mai capitarci di sentire qualcuno imprecare contro l’ufficio, il capo, il collega o dovessimo udire frasi del tipo “quando arriverò alla pensione questo posto non vorrò più vederlo”
sarebbe opportuno rammentare i risultati di questa ricerca… di sicuro ci aiuteranno a prendere la sequela di improperi con le molle opportune.