Ospedali, la fuga degli infermieri sembra ormai inarrestabile
Lavorare meno e lavorare meglio. Possibilmente guadagnando di più e con buone possibilità di carriera. È diventato lo spot più gettonato dai tempi del Covid, momento storico che ha rappresentato il vero spartiacque nell’approccio alla quotidianità per molte persone, a prescindere dalle ferree gerarchie della scala professionale di appartenenza. Una filosofia di vita che ha fatto incetta di adepti ogni dove, nelle fabbriche, negli uffici e perfino negli ospedali, fino a qualche anno fa porto sicuro dove attraccare permanentemente senza riprendere più il largo. Insomma, si è voltato pagina anche in corsia, in maniera decisa e almeno al momento con scarse possibilità di tornare indietro. A delineare il quadro è l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali sul personale del servizio sanitario nazionale (Agenas), le cui previsioni, a gittata decennale, dipingono uno scenario con 78.000 infermieri pronti a lasciare il posto per motivi pensionistici e un numero di neolaureati troppo scarno per compensare un’uscita così imponente. Questo anche in virtù della riduzione delle domande di iscrizione presso le facoltà di Scienze Infermieristiche, nonostante l’aumento dei posti a bando e l’imminente introduzione di tre nuovi corsi di laurea, che potrebbero partire già da settembre o nel 2027, per altrettante figure di infermiere specializzato:
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l’infermiere di famiglia e comunità (da impiegare in ospedali e case di comunità finanziate dal PNRR),
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l’infermiere esperto in pediatria (da impiegare negli ospedali pediatrici o negli ambulatori specializzati del territorio),
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l’infermiere specialistico (da impiegare nelle emergenze e nelle cure intensive).
Una situazione poco rosea, non c’è dubbio, che non sembra aprire spiragli neppure dopo la stipula, ad ottobre scorso, dell’ultimo Contratto Collettivo. Questo prevede un aumento dello stipendio pari a 164 euro lordi, che consentirà agli infermieri di passare da una retribuzione media di 32.000 euro lordi annui a 34.400. Decisamente pochi (e poco allettanti): il 20% in meno rispetto a quanto percepito dai colleghi in Germania (tra 36.000 e 56.000 euro), Olanda (47.000-50.000), Irlanda (dove si parte dai 34.000-35.000 per il ruolo base e si arriva fino ai 50.000-55.000 per i ruoli più avanzati) o altri Paesi dell’Unione. Decisamente pochi per una professione dove c’è da buttare il cuore oltre l’ostacolo tra:
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carico di responsabilità,
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turnazioni da “mission impossible”,
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buchi da tappare che non guardano al calendario,
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prospettive professionali spesso limitate,
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conflittualità in un ambiente dove le aggressioni al personale (quando “va bene” verbali, altrimenti fisiche) continuano ad essere all’ordine della settimana.
A fronte dei circa 6.000 infermieri che solo l’anno scorso hanno fatto le valigie per andarsene all’estero, sommato al numero considerevole di coloro che hanno optato per il settore privato, si capisce il motivo per cui la Corte dei Conti sostenga che nei nostri ospedali si sia arrivati a contarne all’incirca 60.000 in meno (appena 5 ogni 1.000 abitanti), con una media stabilitasi ben al di sotto degli standard europei. Una situazione alimentatasi nel triennio 2020-2022 quando, nei momenti più complessi della fase pandemica, secondo il Ministero della Salute se ne sono persi quasi 17.000. La sontuosa fuga di massa, messa insieme ai tetti di spesa che il Governo ha imposto alle Regioni per l’assunzione del personale dipendente, ha spalancato le porte ai cosiddetti “gettonisti”: professionisti reclutati periodicamente anche all’estero grazie agli accordi siglati dai governi regionali. Regioni come Lombardia e Piemonte continuano a farne incetta nel tentativo di far fronte alle rispettive esigenze. Né più né meno della strada imboccata in Calabria nel 2022 quando, dopo un accordo stipulato con la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, 497 professionisti caraibici si trasferirono nelle varie province a supporto delle strutture sanitarie locali. Peccato però che, alla scadenza di quel contratto, anche loro non abbiano esitato a salutare (i casi di Vibo Valentia e Cosenza sono solo gli ultimi), optando per sistemazioni in strutture private o addirittura lontane dall’Italia, perché allettati da condizioni lavorative migliori. Come riportato da un’inchiesta specifica della testata indipendente Cubanet.org, che ha puntato i riflettori su trattenute negli straordinari, tredicesime e compensi minimi. E a nulla sembra essere valsa la rimodulazione di quell’accordo contrattuale perché, sempre secondo la medesima testata, pare infatti sia ancora in essere un secondo contratto stipulato con la Comercializadora. Questo assegnerebbe ai professionisti cubani un’indennità del 22% di quanto erogato dal governo ospitante, con la retribuzione della metà della tredicesima e delle ore di straordinario effettuate.