Alfabetizzazione informatica, le nostre piccole imprese sono ancora all’ABC
Quando si parla di informatica si pensa quasi sempre al futuro. Ci si immagina al comando di potenti software, circondati da strumenti capaci di generare profitto risparmiando tempo ed
energie. Lo stiamo vedendo oggi con l’intelligenza artificiale, lo abbiamo vissuto in passato con un progresso lento ma significativo.
Tuttavia, nelle aziende si tende spesso a dimenticare un punto fondamentale: le basi. Per padroneggiare davvero una tecnologia, bisogna prima capirla approfondendone l’utilizzo.
E la triste realtà è che l’alfabetizzazione informatica nelle aziende italiane, in particolare nelle piccole e medie imprese, rappresenta oggi una delle sfide più rilevanti per garantire la competitività e l’adattabilità del sistema produttivo nazionale nell’era digitale.
Nonostante alcune tecnologie come la fatturazione elettronica (utilizzata dal 97.5% delle imprese con almeno 10 addetti) e il Cloud Computing (in uso al 61,4%) resta alquanto considerevole il ritardo in termini di integrazione delle tecnologie digitali nei processi aziendali. Elementi chiave come l’utilizzo di software gestionali (fermo al 47,9%) sono ancora lontani da una diffusione capillare. Per alcune realtà anche il pensiero di avere un sito internet ben strutturato ed indicizzato nei motori di ricerca sembra essere utopia. Uno dei principali ostacoli a questa trasformazione è la carenza di competenze digitali tra i lavoratori (anche di base). Infatti, secondo l’Istat, nel 2023 in Italia solo il 45,7% delle persone tra i 16 e i 74 anni ne possedeva, a fronte di una media europea del 55,5%. Il divario si accentua con l’aumentare dell’età: tra i 55-59 enni la percentuale scende al 42,2% e precipita al 19,3% nella fascia di età compresa tra i 65 e i 74 anni. Anche il livello di istruzione influisce fortemente. In altre parole, l’alfabetizzazione informatica in Italia è fortemente condizionata da fattori anagrafici, formativi ma anche culturali.
Questo scenario si riflette anche all’interno delle imprese, con le piccole in forte ritardo rispetto alle grandi nell’assunzione di specialisti ICT (Information and Communication Technology).
Solo il 12,2% delle PMI impiega infatti specialisti interni del settore ICT, mentre tra le imprese più quotate questa percentuale sale al 75%. Di conseguenza, anche la formazione interna
è limitata, con uno striminzito 19,3% delle aziende con almeno dieci dipendenti che organizza corsi di aggiornamento per sviluppare competenze digitali nei propri lavoratori. Questo dato evidenzia quanto le competenze digitali non siano ancora considerate un asset strategico da molte realtà produttive di piccole dimensioni.Uno degli aspetti più trascurati, ma essenziali dell’alfabetizzazione informatica, riguarda le competenze di base legate al Problem Solving quotidiano dove nel contesto delle molte PMI italiane è ancora frequente che un blocco della stampante, una schermata blu o il collegamento errato di un cavo HDMI creino veri e propri rallentamenti operativi immotivati.
Secondo un’indagine del Digital Skills Observatory 2024, oltre il 60% dei lavoratori senza formazione informatica specifica non è in grado di risolvere in autonomia problemi elementari legati all’hardware o al software più comuni. Questo porta a un carico stressante per le poche risorse ICT interne (se ci sono) riducendo significativamente la produttività.
Le competenze digitali di base, dunque, non riguardano solo l’uso dei programmi, ma anche la capacità di affrontare in modo autonomo e consapevole piccoli guasti o malfunzionamenti, che altrimenti generano inefficienze diffuse.
Inutile far finta di niente: essere carenti in questo ambito ha un impatto diretto sul mercato del lavoro e non è un caso che nel 2024 le PMI italiane abbiano registrato difficoltà nel reperire
circa 270.000 lavoratori con competenze digitali avanzate. Il problema ha raggiunto il tasso di irreperibilità del 64,7% e questo significa che quasi due terzi delle figure professionali con le competenze richieste non sono disponibili sul mercato.Per affrontare queste criticità è fondamentale un investimento strutturale nella formazione digitale: da un lato è necessario potenziare i percorsi scolastici e universitari con indirizzi
orientati all’informatica (ma questo è un problema legato prevalentemente alla Cybersecurity, all’intelligenza artificiale e al Cloud Computing), dall’altro serve promuovere la formazione continua all’interno delle imprese con programmi di Upskilling (ovvero una formazione per adattarsi e migliorare le prestazioni) e Reskilling (il processo per acquisire nuove competenze) mirati ad aggiornare costantemente i dipendenti.
Infine, è essenziale diffondere una cultura dell’innovazione tecnologica nelle PMI, superando l’idea che la digitalizzazione sia un processo riservato solo alle grandi imprese o ai settori
high-tech. L’alfabetizzazione informatica deve diventare una priorità trasversale, parte integrante della strategia aziendale e della Brand Identity e non un semplice adempimento
burocratico. L’Italia si trova davanti a un bivio: cogliere le opportunità offerte dalla digitalizzazione o restare indietro in un mondo che corre sempre più veloce.
Investire sull’alfabetizzazione informatica nelle PMI non è solo una questione di aggiornamento tecnologico ma una scelta strategica per garantire occupazione qualificata, innovazione e crescita sostenibile. Solo attraverso un impegno condiviso tra istituzioni, imprese e lavoratori sarà possibile costruire un’economia digitale inclusiva, capace di affrontare le sfide del futuro con competenza e consapevolezza.