PNRR, LUCI E OMBRE
Una pioggia di denaro vincolata però ad una condicio sine qua non: spendere fino all’ultimo centesimo entro una data ben precisa. Che non ammette proroghe ed è ormai dietro l’angolo, il 31 agosto prossimo. Attraversavamo un momento orribile la prima volta che sentimmo parlare del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), una montagna di euro, 750 miliardi, derivante dal Next Generation EU, il programma europeo grazie al quale rivitalizzare settori vitali del nostro continente come il lavoro, la sanità, l’amministrazione pubblica, il turismo, l’istruzione, la cultura e la logistica affossati dalla possente crisi economica scatenata dalla pandemia. Sia chiaro: non siamo al cospetto di una concessione divina ma di un gruzzolone costituito da sovvenzioni (312 miliardi) e prestiti (360, da restituire con gli interessi).
Fin da principio l’opportunità ha rappresentato la cosiddetta manna dal ciel che gli Stati UE erano pronti a raccogliere e intascare seguendo però criteri ben precisi tra traguardi (milestones) da tagliare, obiettivi (target) da centrare e scadenze improcrastinabili. Dalla consegna del prefinanziamento di 24,9 miliardi, che il nostro paese ha ricevuto il 13 agosto del 2021 (9 di sovvenzioni e 15,9 di prestiti), a quella delle prime rate arrivate via via in questi anni, l’argomento PNRR ha tenuto banco sulla scena politica italiana in maniera preponderante, vuoi solo per la novità che questo rappresentava e le ghiotte opportunità a cui l’ingente cifra sta spalancando le porte. Tutt’altro che spiccioli ma la bellezza di 140 miliardi (dopo la consegna in estate della settima rata di 18,3 miliardi in seguito al conseguimento degli obiettivi previsti per ottenerla del 2024). 140 miliardi (il 72% della dotazione complessiva del piano) che sommati agli 8,2 dell’ottava rata richiesta dal governo a fine giugno e l’ulteriore gruzzoletto messo a disposizione dal PNC (Piano Complementare Nazionale), l’Fsc (Fondo sviluppo e coesione) e il REPowerEU (Piano Energetico Europeo) consentiranno al nostro paese di mettere insieme un bottino di 191,5 miliardi (69 di sovvenzioni e 122,5 che dovremo restituire).
Dopo questa ampia ma doverosa premessa in termini numerici, dobbiamo però porgerci almeno due domande: innanzitutto se i soldi incassati finora siano stati spesi davvero fino all’ultimo centesimo e, in secondo luogo, in cosa li abbiamo investiti. Ripercorrendo il recente detto e ridetto, è indubbio che qualche perplessità adombri la prima argomentazione. Infatti, l’orgoglio con cui il governo ha ripetutamente sottolineato come l’Italia figuri al terzo posto tra i paesi ad aver fatto meglio (dopo Francia e Danimarca e davanti a Spagna, Germania e compagnia bella) cozza inesorabilmente con quanto affermato dalla Corte dei Conti, con ciò che sta scritto sul recente rapporto dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (l’organismo indipendente che vigila sui conti pubblici) e, in parte, pure con le dichiarazioni che il ministro del PNRR Tommaso Foti ha rilasciato al quotidiano Il Messaggero in un’intervista di fine giugno scorso.
E infatti, secondo la Corte dei Conti la spesa effettuata oggigiorno ammonterebbe al 33% della disponibilità totale; stanto al report dell’Ufficio Parlamentare “il rischio di non realizzare interamente la spesa entro il termine del 2026 è significativo”; mentre secondo il ministro Foti l’investimento italiano ammonterebbe ad 80 miliardi (il che significherebbe che nel prossimo anno e mezzo il Paese dovrebbe spendere all’incirca 110 miliardi (ovverosia una cifra decisamente superiore a quella dei primi tre anni). Tra le principali motivazioni che alimentano la tesi avanzata dall’Ufficio Parlamentare c’è senza ombra di dubbio l’atavica carenza di competenze da cui è affetto il nostro paese (in particolar modo nell’ambito dell’amministrazione pubblica) coi Comuni quindi in difficoltà nella gestione in tempi alquanto ristretti di mallopponi di una certa rilevanza (basta pensare solo alla I Missione – Turismo, Cultura Innovazione e Digitalizzazione – che richiederebbe 3.000 profili circa o alla II – Transizione Ecologica e Green – che ne richiederebbe 3.500).
Fermo restando i ritardi denunciati dai due organi istituzionali, in cosa staremmo spendendo tutti questi soldi?
Se dovessimo pubblicare la lista dei progetti in essere e in divenire, le 44 pagine della nostra rivista non sarebbero sufficienti visto che siamo nell’ordine di un paio di centinaia di migliaia circa. Possiamo però dire che c’è un po’ di tutto: dai nuovi gasdotti e condutture dell’energia elettrica, al rifacimento delle reti idriche (per un totale di 19.000 km); dall’implementazione della rete 5G in 6.200 Comuni, a quella dei posti negli asili nido (150.000); dal potenziamento dei percorsi di mobilità sostenibile (fino a qualche mese fa erano stati realizzati 253 chilometri di piste ciclabili) a quello del servizio di trasporto pubblico con 11 km di metropolitane, 85 km di tranvie, 120 km di filovie e 825 nuovi autobus ecologici già acquistati e in circolazione (entro il 2026 dovranno essere circa 3.000).
Imponente anche l’opera di miglioramento del sistema portuale e della rete ferroviaria. Ma è proprio quest’ultima a zoppicare più vivacemente, con programmi d’investimento fino a 25 miliardi e una spesa ad oggi di appena 13 (forse 18 in quest’ultimo quadrimestre). I problemi principali si registrano sulle tratte del Mezzogiorno e in particolar modo in Calabria, dove su 2,7 miliardi preventivati risultano spesi a malapena 80 milioni. Le situazioni di maggiori criticità riguardano le linee Jonica e Lamezia Terme-Catanzaro Lido (per le quali sono stati spesi solo 30 milioni dei 400 indirizzati) e la tratta dell’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria dove dei 122 milioni stanziati (sempre solo per la Calabria) sono state investite 27.000 euro appena. Ed è per questo che ha del grottesco constatare che mentre non riusciamo a spendere per il rafforzarzamento delle reti abbiamo già investito 23 milioni per acquistare i nuovi convogli.
Anche in Toscana non sembra si proceda spediti, anzi. Stando infatti alla relazione dei magistrati contabili della Corte dei Conti “su un totale di 238,58 milioni di investimenti del PNRR da concludersi nel 2024, solo il 37,91% risulta effettivamente concluso, col restante 62,9% che non appare in linea con le scadenze previste dal cronoprogramma anche se un terzo dei 148,14 milioni di progetti non ultimati risulta essere nella fase conclusiva”.
Ma se questo è lo stato delle cose nelle due regioni portate ad esempio, come procede a livello nazionale? La Corte dei Conti non ha dubbi: alla fine dell’anno scorso era stato concluso solo il 47% dei progetti. A farci tirare un piccolo sospiro di sollievo ci ha pensato la Struttura di Missione di Palazzo Chigi al servizio studi di Camera e Senato secondo la quale, a fine maggio, i pagamenti legati al Next Generation EU erano balzati a 79 miliardi grazie ad una spesa media mensile di 3 miliardi (il doppio rispetto alla spesa media mensile di un anno fa).
Insomma, spendere tanto e farlo pure molto fretta nel rispetto dei cronoprogrammi non è certo il piatto forte del nostro paese. E infatti non è un caso se il ministro Tommaso Foti non perde mai occasione per rinnovare il suo appello ad enti e ministeri affinché si dimostrino disponibili a fare un passo indietro qualora avessero la consapevolezza di non essere più in grado di poter rispettare le scadenze, in maniera tale da indirizzare le risorse altrove… un po’ comè già accaduto per la linea ferroviaria dell’Alta Velocità Palermo-Catania il cui investimento è stato indirizzato già ad altri progetti.